|
||||||
![]() |
TEATRI E MUSICA |
|||||
|
Trieste ha sempre amato il teatro sebbene sia stata in grado di dedicargli una sede adatta appena agli inizi del Settecento. L'alba di quel secolo trovava una cittadina arroccata attorno al colle di San Giusto, ai cui piedi si estendevano luccicanti saline. Appena seimila abitanti, ma bastò il provvedimento di Zona Franca emanato da Carlo VI nel 1719 per accelerarne lo sviluppo, per favorirne traffici audaci, commerci lontani, per far sorgere un'altra città accanto a quella vecchia.
La
sua esistenza non raggiunse il traguardo dei cent'anni, ma al suo interno
si crearono le premesse del gusto e della cultura cittadini. Per il carattere
dei suoi cartelloni, per il suo ordinamento, lo si sarebbe potuto definire
una succursale del San Moisé o del San Samuele veneziani, ma intanto
su quel modesto palcoscenico si formarono i primi nuclei dell'orchestra
e del coro che sarebbero passati a future, maggiori fortune. In particolare la musica italiana viveva un periodo aureo ed è naturale che sul teatro convergessero le attenzioni dei cittadini e del Consiglio Comunale. Ad ambedue non restava che constatare come i pochi palchetti del vecchio San Pietro non fossero più sufficienti. L'esigenza di una nuova costruzione si faceva sempre più imperiosa. "TEATRO NUOVO" venne chiamata l'opera edificata in quattro anni, dal 1798 al 1801, su un'area compresa fra il molo San Carlo (oggi Audace) e la sede della Dogana (I'attuale Tergesteo), grazie al gesto munifico di un mecenate, il conte Antonio Cassis, detto "Faraone" per le ricchezze accumulate in Egitto. I progettisti-architetti furono il veneziano Giannantonio Selva e il triestino Matteo Pertsch. Al primo vanno attribuiti il disegno generale e gli interni (del resto simili all'altro lavoro suo, La Fenice di Venezia), mentre al Pertsch (del quale Trieste può mostrare altre due realizzazioni, Palazzo Carciotti e la Rotonda Pancera), va attribuita la facciata, desunta dalla Scala del Piermarini, che fu suo maestro.
Un
comprensibile entusiasmo salutò il completamento dell'opera, ispirata
a quello stile neoclassico al quale dovevano intonarsi i più bei
palazzi di Trieste. Ricco di decorazioni illuminato da mille candele e
con cinque ordini di palchi (rispecchianti magari un ordine sociale già
spazzato dalla Rivoluzione Francese), il "Nuovo" si inaugurò
la sera del 21 aprile 1801. Per l'apertura venne bandito un concorso,
e l'opora prescelta fu "Ginevra di Scozia" di Simone Mayr, maestro
di Donizetti. L'opera seconda arrivata "Annibale in Caspua"
di Antonio Salieri, venne rappresentata in un'ulteriore occasione. Ribattezzato
"Grande" e poi, nel 1861 quando il Municipio subentrò
ai privati, il "Comunale", vanta il primato significativo -
appartenendo allora la città all'Impero asburgico - di essere stato
il primo teatro al mondo a essere intitolato, nel gennaio del 1901, "Giuseppe
Verdi", a poche ore dalla folgorante notizia della morte del Maestro.
Così,
come per una sorte di miracolo, è nata la SALA TRIPCOVICH. In soli
sei mesi: convenzione firmata a maggio e inaugurazione il 15 dicembre
1992: una sala resa elegante dal contrasto del rosso e del nero, con dei
capitelli spruzzati d'oro, capace di novecento posti e ricavata da una
ormai malandata stazione delle autocorriere nella piazza prospiciente
a quella ferroviaria. Nei primi anni del nuovo secolo Trieste vive un periodo aureo: al Politeama arrivano Strauss con la Filarmonica di Berlino, Toscanini con l'Orchestra di Torino, Sarah Bernhardt da Parigi. La stagione lirica del 1913, come sempre commisurata per non porsi in concorrenza con il Teatro Verdi, è fra le più riuscite, e si chiude con un esperimento molto atteso, il cinematografo. Verso la fine di giugno, arriva la notizia della pistolettata da Sarajevo, proprio mentre si stava proiettando "Cabiria" ed il teatro, date le premesse irredentistiche, deve chiudere. Per la riapertura bisogna attendere il 1918; dieci anni più tardi il teatro viene sottoposto a una importante ristrutturazione, ma per esso inizia un lento, inarrestabile declino. Nel '30 ben duecento serate sono dedicite al cinema. Nel '45 e per due anni il teatro viene requisito dalle forze armate anglo-americane; alcuni soprassalti - Louis Armstrong, Joséphine Baker, Katherine Dunham - ne rimandano la chiusura definitiva che avviene nel '56. L'alto costo dei restauri allontana per oltre un decennio la riapertura. Ancora una volta è un'azienda triestina, il Lloyd, Adriatico, a mettere sotto le spalle e la sospirata riapertura avviene nel 1969. Lo spazio viene istituzionalmente destinato al Teatro Stabile per le stagioni di prosa, ma la musica torna a risuonarvi grazie alla Società dei Concerti che si regge sui proventi dei soci. A inaugurare la stagione del '69: interviene Nathan Milstein, l'anno successivo un altro nome magico, Arthur Rubinstein, mentre nel 71, per il quarantesimo genetliaco del sodalizio, il Rossetti accoglie per due serate consecutive Herbert von Karaian e i suoi Berliner. A conferma della vocazione ad "arena polivalente", anche il Teatro Verdi approfitta della vasta platea e dell'ancor più vasto palcoscenico per il suo Festival dell'operetta che vi sarà ospitato per un decennio prima di tornare alla casa madre. La partecipazione della popolazione di Trieste alle manifestazioni musicali fu sempre imponente e costante. Gli archivi del Civico Museo Teatrale intitolato a Carlo Schmidl (attualmente ubicato in via Imbriani 5) ne costituiscono importante testimonianza; da esso si può evincere come anche lo studio della musica fosse anche molto diffuso. Si faceva musica soprattutto in famiglia, ma c'erano anche numerose e fiorenti scuole, per lo più private. Con il passare dei decenni - ma sono soprattutto le guerre a imprimere svolte epocali - mutano i costumi: sorgono grossi centri (l'Ente lirio, la Società dei Concerti) ed anche l'istruzione risulta meno polverizzata. Risale al 1903 la fondazione del Liceo Musicale "Giuseppe Tartini", nel 1932 confluiscono in esso gli allievi e corpo docenti dell'altro istituto, il Conservatorio "Verdi". Appena nel '54, con il definitivo ritorno di Trieste all'ltalia, il "Tartini" viene riconosciuto Conservatorio di Stato e la sede passa da via Carducci a Palazzo Rittmeyer in via Ghega; già dotato di un'elegante Aula Magna situata al secondo piano, all'istituto viene annesso un auditorium ricavato nel sottosuolo, dedicato anch'esso al musicista piranese Tartini.
|