Della
Patria degli Italiani
pubblicato anonimo, ma attribuito a Gian Rinaldo Carli
Questo
articolo fu pubblicato nella rivista di Pietro Verri “Il Caffé”
nel 1765 ed ancora oggi si trova commentato in
qualche antologia come, ad esempio, in Pietro Sarzana, Letteratura
delle regioni di Italia – Storia e testi: Friuli Venezia
Giulia, editrice La Scuola (1989).

La targa che il comune di Trieste posò
nel corridoio della scuola nel 1965
Sono
nelle città le botteghe del caffè ciò che sono
nella umana macchina gl'intestini: cioè canali destinati alle
ultime e più grosse separazioni della natura, ne' quali
ordinariamente per qualche poco tempo quelle materie racchiudonsi,
che se in porzione qualunque obbligate fossero alla circolazione,
tutto il sistema fisico si altererebbe. In queste botteghe adunque si
digeriscono i giuocatori, gli oziosi, i mormoratori, i discoli, i
novellisti, i dottori, i commedianti, i musici, gl'impostori, i
pedanti, e simil sorta di gente, la quale se tal vasi escretori non
ritrovasse, facilmente nella società s'introdurrebbe, e questa
ne soffrirebbe un notabile pregiudizio. Tale però, almeno in
alcune ore del giorno, non è la bottega del nostro Demetrio,
in cui se talvolta qualche essere eterogeneo vi s'introduce, per
ordinario di persone di spirito e di colto intelletto è
ripiena, le quali scopo delle loro meditazioni e de' loro discorsi si
fanno la verità e l'amore del pubblico bene; che
sono le due sole cose, per le quali, asseriva Pitagora, che gli
uomini divengono simili agli Dei.
In
questa bottega s'introdusse ier l'altro un Incognito, il quale nella
sua presenza e fisonomia portava seco quella raccomandazione, per la
quale esternamente lampeggiano le anime sicure e delicate; e fatti i
dovuti offizi di decente civiltà, si pose a sedere chiedendo
il caffè. V'era sfortunatamente vicino a lui un giovine
Alcibiade, altrettanto persuaso e contento di sé quanto meno
persuasi e contenti sono gli altri di lui. Vano, decidente e
ciarliere a tutta prova. Guarda egli con un certo sorriso di
superiorità l'Incognito; indi gli chiede s'era egli
forestiere. Questi con un'occhiata da capo a' piedi, come un baleno
squadra l'interrogante, e con una certa aria di composta disinvoltura
risponde: “No Signore”. “E'
dunque Milanese?” riprese
quegli. “No Signore, non sono Milanese”, soggiunse
questi. A tale risposta atto di maraviglia fa l'interrogante; e ben
con ragione, perché tutti noi colpiti fummo dall'introduzione
di questo dialogo. Dopo la maraviglia e dopo la più sincera
protesta di non intendere, si ricercò dal nostro Alcibiade la
spiegazione. “Sono Italiano”, risponde l'Incognito, “e
un Italiano in Italia non è mai forestiere come un Francese
non è forestiere in Francia, un Inglese in Inghilterra, un
Olandese in Olanda, e così discorrendo”. Si sforzò
in vano il Milanese di addurre in suo favore l'universale costume
d'Italia di chiamare col nome di forestiere chi non è nato e
non vive dentro il recinto d'una muraglia; perché l'Incognito
interrompendolo con franchezza soggiunse: “Fra i pregiudizi
dell'opinione v'è in Italia anche questo; né mi
maraviglio di ciò, se non allora che abbracciato lo veggo
dalle persone di spirito, le quali con la riflessione, con la ragione
e col buon senso dovrebbero aver a quest'ora trionfato dell'ignoranza
e della barbarie. Questo può chiamarsi un genio mistico
degl'ltaliani, che gli rende inospitali e inimici di lor medesimi, e
d'onde per conseguenza ne derivano l'arenamento
delle arti, e delle scienze, e impedimenti fortissimi
alla gloria nazionale, la quale mal si dilata quando in tante
fazioni, o scismi viene divisa la nazione.
Non fa (seguitò egli),
certamente grande onore al pensare italiano l'incontrare, si può
dire ad ogni posta, viventi persuasi d'essere di natura e di nazione
diversi da' loro vicini, e gli uni cogli altri chiamarsi col titolo
di forestieri; quasicché in Italia tanti forestieri si
ritrovassero quanti Italiani”.
“Da
questo genio di emulazione, di rivalità, che dai Guelfi e
Ghibellini sino a noi fatalmente discese, ne viene la disunione, e
dalla disunione il reciproco disprezzo. Chi è quell'Italiano,
che abbia coraggio di apertamente lodare una manifattura, un
ritrovato, una scoperta, un libro d'Italia, senza il timore di
sentirsi tacciato di cieca parzialità, e di gusto depravato e
guasto?”. A tale interrogazione un altro caffettante, a cui fe'
eco Alcibiade, esclamò che la natura degli uomini era tale di
non tenere mai in gran pregio le cose proprie. “Se tale è
la natura degli uomini” riprese l'Incognito, “noi altri
Italiani siamo il doppio almeno più uomini degli altri, perché
nessun oltremontano ha per la propria nazione l'indifferenza che noi
abbiamo per la nostra”. “Bisogna certamente che sia
così”, io risposi. “Appare Newton
nell'Inghilterra, e lui vivente l'isola è popolata da' suoi
discepoli, da' astronomi, da' ottici, e da' calcolatori`, e la
nazione difende la gloria del suo immortale maestro contro gli emoli
suoi. Nasce nella Francia Des Cartes,
e dopo sua morte i Francesi
pongono in opera ogni sforzo per sostenere le ingegnose e crollanti
sue dottrine. Il Cielo fa dono all'Italia del suo Galileo, e Galileo
ha ricevuti più elogi forse dagli estranei a quest'ora, che
dagli Italiani”.
Fattasi
allora comune, in cinque ch'eravamo al caffè, la
conversazione, e riconosciuto
l'Incognito per uomo colto, di buon senso, e buon patriota, da
tutti in vari modi si declamò contro la infelicità a
cui da un pregiudizio troppo irragionevole siam condannati di credere
che un Italiano non sia concittadino degli altri Italiani, e che
l'esser nato in uno piuttosto che in altro di quello spazio
Che
Appennin parte, il Mar circonda e l'Alpe
confluisca
più o meno all'essenza, o alla condizione della persona. Fu
allora che rallegratosi un poco l'Incognito cominciò a
ragionare in tal guisa: “Dacché convinti i Romani della
gran massima attribuita al primo dei loro re di avere gli uomini in
un sol giorno nemici prima, e poi cittadini, si determinarono per la
salvezza della repubblica ad interessare tutta Italia nella loro
conservazione, passo passo tutti gl'Italiani ammisero
all'amministrazione della repubblica: il perché non vi fu più
distinzione di Quiriti, di Latini, di Provinciali, di colonie, di
municipi; ma dal Varo dell'Arsa tutti i popoli divennero in un
momento Romani”. Ora tutti sono Romani, parlando degli
Italiani, dice Strabone. Tutti adunque partecipi degli onori di Roma,
e tutti ridotti alla medesima condizione con la sola distinzione del
censo, cioè di patrizi e di plebe. Se le nazioni dovessero
gareggiar fra di esse per la nobiltà, noi Italiani certamente
non la cediamo a nessun'altra nazione d'Europa; perché
trattone alcune colonie e la posteriore indulgenza degli imperadori,
allorché spento era il vigor de' Romani, erano tutte alla
condizione di provincia rette da' magistrati italiani e da regolata
milizia tenuti in dovere; nel tempo che l'Italia rerum domina si
chiamava, come prima dicevasi la sola Roma”.
“In
cotesti tempi crediamo noi che un patrizio, italiano fosse più
o meno d'un altro, o fosse forestiero in Italia? No certamente; se
persino la suprema di tutte le dignità, cioè il
consolato, comune sino agli ultimi confini d'Italia si rese. Siamo
stati dunque tutti simili in origine; che origine di nazione io
chiamo quel momento in cui l'interesse e l'onore la unisce e lega in
un corpo solo e in un solo sistema. Vennero i barbari, approfittando
della nostra debolezza, ad imporci il giogo di servitù, non
rimanendo se non che in Roma un geroglifico della pubblica libertà
nella esistenza del Senato romano. Sotto a' Goti pertanto siamo tutti
caduti nelle medesime circostanze e alla medesima condizione ridotti.
Le guerre insorte fra Goti e Greci, la totale sconfitta di quelli e
la sopravenienza` de' Longobardi han fatto che l'Italia in due
porzioni rimanesse divisa. La Romagna, il Regno di Napoli e l'Istria
sotto i Greci; e tutto il rimanente sotto de' Longobardi. Una tal
divisione non alterò la condizione degl'Italiani, se non in
quanto che quelli, che sotto a Greci eran rimasti, seguirono a
partecipare degli onori dell'Impero trasferito in Costantinopoli,
memorie certe ne' documenti essendosi conservate di Romagna, d'Istria
e di Napoli, dei tribuni e degli ipati o consoli; nel
tempo che l'altra parte d'Italia sotto il tiranno governo dei duchi e
dei re barbari si perdeva. Ma rinovato l'Impero in Carlo Magno,
eccoci di nuovo riuniti tutti in un sistema uniforme. Questo fu lo
stato d'Italia per lo spazio di undici secoli; e questo non basta a
persuader gl'Italiani d'esser tutti simili fra di loro, e d'esser
tutti Italiani”.
Qui
dolcemente interrogò un caffettante, più per piacere
che la conversazione progredisse più oltre, che per vaghezza
di opporsi; s'egli credesse che dopo tali tempi gl'Italiani patito
avessero sproporzionatamente qualche deliquio, o alterazione di
stato, o sia di condizione e di dignità? “Dopo tali
tempi” il nostro Incognito prontamente soggiunse, “è
noto ad ognuno cosa accadesse. La distanza degl'Imperadori, la loro
debolezza, e la gara fra i concorrenti all'Impero diede comodo agli
Italiani di risvegliare e porre in moto i sopiti spiriti di libertà;
e ciascheduna città dal canto suo tentò di scuotere un
giogo che non aveva origine da verun diritto, ma bensì dalla
forza sola, e che per la tirannia era divenuto insopportabile. Allora
fu che modificandosi in varie guise questo originario e perdonabile
trasporto di obbedire alle leggi, e non all'altrui volontà,
alcune delle città si eressero, e, per meglio dire,
ritornarono ai propri princìpi d'un governo repubblicano; ed
alcune altre sotto a' propri capi, o ecclesiastici o secolari,
esperienza fecero delle proprie forze. Quindi ne venne che alcuni
Italiani delle proprie città divenissero padroni, o sovrani;
ed alcune altre nella condizione di repubblica si mantenessero.
Felice l'Italia se questo comune genio di libertà sparso per
tutta questa superficie fosse stato diretto ad un solo fine, cioè
all'universale bene della nazione! Ma i diversi partiti del
sacerdozio e dell'Impero tale veleno negli animi degl'Italiani
introdussero che non solo città contro città, ma
cittadino contro cittadino, e padre contro figlio si vide fatalmente
dar mano all'armi. Allora alcune città, mercé
l'industria e il commercio, della debolezza delle altre
s'approfittarono; né la Pace di Costanza altro produsse che,
fomentando la disunione, preparar le città quasi tutte a
perdere interamente la libertà per quella medesima via per la
quale credevano di ricuperarla. Ora ciò posto, qual differenza
ritrovar si può mai fra Italiano e Italiano, se uguale è
l'origine, se uguale il genio, se ugualissima la condizione? E se non
v'è differenza, per qual ragione in Italia tale indolenza, per
non dire alienazione, regnar deve fra noi da vilipenderci`
scambievolmente, e di credere straniero il bene della nazione?”.
Ma il
nostro Alcibiade riscosso come da un sonno e come se nulla avesse
inteso del seguìto ragionamento, prendendo con una certa tal
quale impazienza il risultato di esso, cioè le ultime parole,
esclamò : “Se le vostre massime si rendessero comuni,
non vi sarebbe più distinzione fra città e città,
fra nobile e nobile, e inutili ornamenti sarebbero i contrassegni
d'onore e le decorazioni” che ci vengono dalle mani dei
principi”.
“E
che male ci trovereste voi” soggiunse l'Incognito, “in
tal sistema? Una muraglia, che chiuda e cinga trentamila case, ha
forse per qualche magia acquistata prerogativa maggiore d'un'altra,
che non ne cinge che mille; quando tanto nell'una che nell'altra il
popolo sia della medesima origine e della medesima condizione? Non
nego io già che, dati i pregiudizi e gli scismi presenti, non
dobbiamo anche a questi donar qualche cosa e distinguere le città
che non sono ad altre leggi soggette che alle proprie; e dopo queste
distinguere ancora le città di primo e di secondo rango, cioè
quelle che sono state partecipi della maggiore di tutte le nobiltà,
vale a dire della romana, che nel tempo di mezzo ritornarono allo
stato repubblicano e che capitali sono di provincia, o di
considerabile territorio; da quelle altre che origine hanno meno
lontana e che in provincia sono ridotte. Rispettabili altresì
sono i personali distintivi caratteri degli individui, come pubbliche
testimonianze dei loro merito, sia per uffizi e dignità
ch'essi coprono, sia per onori d'opinione onde sono così
coperti, cosicché venerabili sono le insegne tutte dai
quadrupedi ai volatili sino all'ultima stella della coda dell'Orsa
Minore, e da queste alle intellettuali sostanze dell'Empireo: ma non
per questo si dirà mai che un Italiano sia qualche cosa di più
o di meno d'un Italiano, se non dal' quelli a' quali manca la facoltà
di penetrare al di là del confine delle apparenze e che
pregiano una pancia dorata e inargentata più che un capo
ripieno di buoni sensi ed utilmente ragionatore. Alziamoci pertanto
un poco e risvegliamoci alla fine per nostro bene. Il Creatore del
tutto nel sistema planetario pare che ci abbia voluto dare un'idea
del sistema politico. Nel fuoco dell'elissi sta il Sole. Pianeti, o
globi opachi, che ricevono il lume da lui, vi si aggirano intorno nel
tempo medesimo che sopra i propri assi eseguiscono le loro
rivoluzioni. Una forza che gli spinge per linea dritta contro
un'altra che al Sole medesimo gli attrae, fa che un moto terzo ne
nasca; onde secondo le reciproche loro distanze e grandezze
mantengano intorno al centro comune il loro giro. Alcuni di questi
globi intorno di sé hanno de' globi più piccoli, che
con le medesime leggi si muovono. Alcuni altri sono soli e isolati.
Trasportiamo questo sistema alla nostra nazionale politica. Grandi, o
picciole sieno le città, sieno esse in uno, o in altro spazio
situate, abbiano esse particolari leggi nelle rivoluzioni sopra i
propri assi, siano fedeli al loro natural sovrano ed alle leggi,
abbiano più o meno di corpi subalterni: ma benché
divise in domìni diversi, e ubbidienti a diversi sovrani,
formino una volta” per i progressi delle scienze e delle arti
un solo sistema; e l'amore di patriotismo, vale a dire del bene
universale della nostra nazione, sia il Sole che le illumini e che le
attragga. Amiamo il bene dovunque si ritrovi; promoviamolo ed
animiamolo ovunque rimane sopito o languente; e lungi dal guardare
con l'occhio dell'orgoglio e del disprezzo chiunque per mezzo delle
arti, o delle scienze tenta di rischiarare le tenebre, che
l'ignoranza, la barbarie, l'inerzia, l'educazione hanno sparso fra di
noi, sia nostro principale proposito d'incoraggiarlo e premiarlo.
Divenghiamo pertanto tutti di nuovo Italiani, per non cessar d'esser
uomini” .
Detto
questo s'alzò improvvisamente l'Incognito, ci salutò
graziosamente e partì, lasciando in tutti un ardente desiderio
di trattare più a lungo con lui e di godere della verità
dei di lui sentimenti.
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