Incontro degli studenti con Riccardo Goruppi
deportato nel campo di sterminio di Dachau(9 marzo 2001)
Organizzato dai professori M. Bussani e M. Coslovich
nell'ambito del progetto "Razzismo, xenofobia e intolleranza:
definizione semantica, richiami alla storia del '900, indicazione e ruole dell'UE"
Nell'ambito di un progetto di ricerca storica sulla storia del '900 è stato invitato a parlare, ad un gruppo di classi dell'Istituto, Riccardo Goruppi, deportato nei campi di sterminio di Dachau. Riteniamo di fare cosa utile sia per la conservazione della memoria che per la sua diffusione, riportare il riassunto dell'incontro ed alcuni documenti multimediali prodotti dai tecnici dell'Istituto, A. Calvani e M. Vidovich.
Invitiamo, inoltre, i ragazzi che giungessero a leggere queste pagine a ricordare che quando Riccardo Goruppi visse l'esperienza del lager aveva 18 anni, l'età di uno studente delle classi quarte o quinte superiori e formuliamo l'auspicio che nessuno di loro debba mai più vivere le sue esperienze.
L'inizio dell'incontro
L'incontro è iniziato con un invito di Riccardo Goruppi a non odiare: "Parlo senza odiare e vi prego veramente di non odiare perché è la cosa più brutta"; provocato dagli studenti sul perché di questo invito, ha spiegato che quando, una volta liberato, si è trovato in un ospedale assieme a dei mutilati di guerra tedeschi, davanti alla sofferenza sua e di quelli che erano stati i suoi "nemici" ha imparato a non odiare.
Il brevissimo filmato di 10 secondi contiene l'invito di Riccrado Goruppi a non odiare. I filmati occupano molto spazio e non sempre sono riproducibili da tutti i browser; questo è grande all'incirca 600 KByte (dovreste impiegare 2 minuti a scaricarlo con un modem a 56.600 KB/s) ed è in formato MPEG-1 che dovrebbe avere una buona compatibilità. Le parole sono, comunque, quelle messe tra virgolette nel paragrafo precedente.
Durante l'incontro ha raccontato la sua storia, dall'arresto a Trieste fino alla liberazione. Poichè la sua storia l'ha raccontata anche al prof. Marco Coslovich che l'ha riassunta in un libro (M. Coslovich, Racconti dai lager, ed. Mursia), riportiamo questa versione del racconto, con il permesso dell'autore, che, insegnante allora nella nostra scuola, ci ha autorizzato a farlo.
La sua storia
Mi hanno arrestato assieme a mio padre durante un rastrellamento al
mio paese, fortuna ha voluto che non mi identificassero con il mio
vero cognome altrimenti mi avrebbero ucciso sul posto. Verso i primi
di dicembre del '44 mi hanno spedito a Dachau e, dopo la
quarantena, nel sottocampo di Leonberg. Chiusi nelle gallerie
costruivamo ininterrottamente le ali degli aeroplani Messerschmidt,
in una continua alternanza di turni notturni e giornalieri. Nel giro di
tre mesi gran parte dei deportati moriva a causa dello sfruttamento
bestiale al quale erano sottoposti. Non solo regnava la legge delle
botte e delle feroci punizioni con il nerbo, le angherie dei Kapos e la
fame che ti divorava, ma bisognava, mentre lavoravi, stare sempre
attento al passaggio delle SS di guardia alle tue spalle. Appena
intravedevi una SS dovevi scattare sull'attenti, levare il berretto e
chinare la testa altrimenti rischiavi punizioni feroci. Insomma,
lavorare con questa ossessione era una vera e propria tortura.
Chiedevi ad una SS di poter andare al gabinetto perché, ed era
tutt'altro che raro, eri preda della diarrea nera: «Signore posso
andare al gabinetto?» e lui ti rispondeva: «lo non sono un signore io
sono un camerata!», e allora tu richiedevi: «Camerata posso andare
al gabinetto?» e lui di rimando: «Io non sono un tuo camerata!» e così mentre ti tormentava magari te la facevi addosso.
Ma la cosa più terribile per me è stata la morte di mio padre. Ci
avevano assegnato a due turni diversi e così a malapena ci
riuscivamo ad intravedere al cambio del turno. Essendo più anziano
evidentemente non poteva resistere a quei ritmi e finì per ammalarsi.
Non riusciva a stare in piedi ed io e un compagno lo accompagnammo all'ospedale del campo che, come in tutti i
Lager, era l'anticamera della morte. Il giorno dopo, grazie all'unico
atto di clemenza che il mio Kapò mi ha dimostrato durante tutta la
prigionia, sono andato a trovarlo e sono giunto proprio quando lo
stavano portando via ormai morto. Buttato lì su un carro e quindi
gettato in una fossa comune: è stata una scena che non dimenticherò
mai e che ancora adesso, a distanza di tanti anni, mi ferisce e mi fa
soffrire... Dopo pochi giorni fui preso da una febbre violentissima e
fui anch'io portato all'ospedale.
Fortunatamente subito dopo i tedeschi, sotto l'incalzare degli eserciti
alleati, dovettero evacuare il campo ed io fui sistemato, con gli altri
ammalati, in un carro bestiame. Ciò che è successo in quegli ultimi
giorni della mia deportazione è impossibile a dire e difficile da
ricordare. La mente, ridotta allo stato animale, vacilla e si oscura e il
ricordo non è più chiaro. So che a Kaufering,(*) un campo di transito,
l'erba che cresceva sui bunker interrati fu divorata; che alcuni
polacchi furono sorpresi a mangiare probabilmente carne umana;
che un ebreo, al momento della selezione, nonostante avesse
vestito i panni di un nostro compagno morto, si consegnò lo
stesso alle SS; e poi ricordo con paura il silenzio tremendo
che mi circondava dopo la battaglia ingaggiata dagli alleati contro i
tedeschi e il volto del soldato negro, rigato dal pianto, che mi estraeva
fuori dal vagone circondato di cadaveri.
La conclusione del racconto
Riccardo Goruppi racconta del momento della sua liberazione (file audio MP3 di 350 KByte, durata della riproduzione 3 minuti), del soldato negro che lo raccoglie, lo accompagna all'ospedale, lo va a visitare per tutto il tempo della convalescenza e poi lo porta a Monaco per agevolarlo nel rimpatrio, e del fatto che di quel soldato non ha mai saputo il nome.
Ci sembra importante riportare anche, perchè significativo nel suo complesso, l'incontro, a guerra finita, con il suo ex collega di lavoro che faceva parte del reparto misto di italiani e tedeschi che aveva scortato il gruppo di deportati fino al campo di Dachau. Qui, il suo collega, prima di lasciarlo, gli aveva anticipato, senza mezzi termini, che di là non sarebbe tornato vivo. Si tratta di un file audio MP3, di 350 KByte (durata della riproduzione 2 minuti), nel quale Goruppi racconta che, alla vista dell'uomo, cercò di picchiarlo, ma fu trattenuto dal pianto di un bambino ed allora lo lasciò scappare.
Altro materiale su Riccardo Goruppi
Scheda su di lui sul sito
www.testimonianzedailager.rai.it di RAI EDUCATIONAL.
Altro materiale si può trovare cercando
"Riccardo Goruppi" con il motore di ricerca
Google.
NOTE
(*) Si tratta di un sottocampo di Dachau.
Ultima revisione della pagina: 28/05/04